Eutanasia: quando un ragazzino sceglie di morire

Eutanasia: quando un ragazzino sceglie di morire

Si può praticare l’eutanasia ad un minore? O meglio, si può lasciare ad un malato terminale, anche se minorenne, la libertà di sceglier il proprio destino?

Il recente caso del 17enne belga – di cui non si conosce null’altro se non l’età – ha gettato benzina sulla braci quiescenti di un dibattito sopito, ma mai spento: quello sulla libertà di scegliere l’eutanasia come soluzione (estrema e definitiva) alle sofferenze di una malattia terminale.

Il ragazzo che ha scelto di morire

Un telegrafico rigo di un’agenzia stampa informa di un fatto anonimo, ma che difficilmente può far rimanere indifferenti: per la prima volta un minore, poco più che un bambino, “decide” di ricorrere ad una legge varata nel 2014 dal Parlamento belga, che estende di fatto il diritto all’eutanasia anche ai minori di 18 anni.

Quanto accaduto, nella sua singolarità, ha avuto un’immensa eco mediatica, provocando reazioni, piuttosto violente, soprattutto tra coloro che si oppongono all’eutanasia come pratica medica legale, considerandola immorale, inaccettabile nonché una minaccia per qualsiasi società che voglia definirsi civile.

Ma l’eutanasia è un problema civile, medico o morale? Forse è tutte queste cose ed è per questo che spesso ogni discorso si incaglia su anguste posizioni, colme di pregiudizi e mal argomentate. Proprio in virtù di questa complessità, esprimere un giudizio compiuto non è affatto banale.

Un “falso” dilemma medico

Mettendo per un attimo da parte i vari contesti normativi, che possono variare di Stato in Stato, nessun medico al mondo può consigliare o sconsigliare l’eutanasia come “soluzione medica“. L’obbiettivo generale della medicina è quello di trovare un modo per curare, lenire o minimizzare gli effetti di una malattia.

Questo presupposto generale, che accompagna la pratica medica sin dai suoi albori (non a caso l’antico, ma ancora moderno, giuramento d’Ippocrate è imperniato sull’assoluto divieto di compiere atti che possano nuocere ad un paziente) non può essere in alcun modo eluso senza conseguenze per un medico che voglia rimanere tale.

In altre parole un medico non potrà mai “prescrivere l’eutanasia” ad un paziente.

Se un medico obbietta alla possibilità di praticare l’eutanasia ad un paziente, lo può fare in virtù di un proprio dilemma morale, ma non medico.

Un dilemma giuridico mal posto

Le leggi sull’eutanasia sono il vero fulcro intorno a cui ruotano le maggiori polemiche ed i dibattiti che ne fanno un argomento spinoso. Una legge sull’eutanasia, al pari di una legge sulla pena di morte, ha in sé un nucleo di convinzioni morali, oltre a farsi portatrice delle istanze etiche di una certa cultura.

Il punto è che la legge non può essere utilizzata come un “inchiostro improprio” per affermare su un’intera società le convinzioni etiche, e più a monte religiose, di una parte della società.

Nel caso italiano la legge si esprime con un’eloquente lacuna giuridica sulle questioni che riguardano la fine vita. Tutte le proposte di legge sinora presentate in Parlamento sono state deliberatamente lasciate negli scantinati di Camera e Senato. L’unica proposta di legge in qualche modo attinente al tema dei trattamenti di fine vita  (Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento  a firma di Roccella, Alli, Binetti, Matteo Bragantini, Buttiglione, e altri) langue in Parlamento da febbraio. In ogni caso, in nessun comma di questa proposta viene affrontato il tema dell’eutanasia, tanto meno della possibilità di applicarla in caso di minori con malattie terminali.

In Italia, inoltre, c’è chi tenta di ridurre la questione sollevata dal caso belga ad una mera questione giuridica. È il caso del professor Francesco D’Agostino, giurista ed esperto di bioetica che sul caso belga ha espresso le sue perplessità, in particolare su due aspetti. In un’intervista al Tg1 il professor D’Agostino fa notare che:

Non riconosciamo ai minori la facoltà di intendere e di volere, e impediamo ai minori di fare delle scelte giuridico-sociali fondamentali. Un bambino di 12 anni non si può sposare, non può fare testamento, non può andare a lavorare. In questi casi, paradossalmente, noi cerchiamo di ottenere dai minori un consenso che riterremmo assolutamente irrilevante in tutti gli altri casi”

Dalle colonne di “Avvenire”, circa 2 anni fa, lo stesso D’Agostino, commentando l’introduzione dell’eutanasia pediatrica in Belgio, rammentava che lo  jus vitae ac necis, il diritto di vita e di morte del padre sui figli, era stato ormai cancellato dalla giurisprudenza moderna in quanto barbarico e immorale.

Il professor d’Agostino, e purtroppo non solo lui, confina il problema dell’eutanasia ad un problema unicamente di “coerenza” giuridica, totalmente disarticolata dalla realtà che dovrebbe normare. In questi termini, infatti, non si tiene conto di nulla: non si tiene conto del fatto che una simile decisione matura in contesti di grave disagio e dolore fisico e psicologico, appesantito dalla percezione di un futuro con una sola prospettiva: quella di un peggioramento.

Non si può pensare che le regole si sostituiscano all’individuo per giudicare quale dolore è accettabile e quale no. Se si insinuasse un principio del genere, sarebbe dato al legislatore l’utopico mandato di poter legiferare su ogni cosa.

Un difficile problema etico e umano

Una persona che fuma è di fatto una persona che fa deliberatamente male a se stessa; volendo estremizzare, fumare è un atto blandamente suicida.

Una persona adulta può scegliere di fumare o meno.

L’eutanasia non ha niente a che fare con il tabagismo, ma entrambe hanno a che fare con la libertà di scelta. Fumare fa male alla salute ed è un atto fine a se stesso, senza alcuno scopo apparente al di là di una soddisfazione psicofisica. Si può scegliere di fumare o meno, nonostante sia riconosciuto come uno dei principali responsabili del cattivo stato di salute di molte persone

L’eutanasia, al contrario, è una decisione che “ha uno scopo”, che spesso viene confuso con la morte: l’eutanasia è la possibilità di liberarsi da una condizione psico-fisicamente inaccettabile per l’individuo.

Non è corretto inquadrare l’eutanasia come una scelta tra bene o male; sarebbe più corretto parlare  di scelta tra la civile possibilità di scegliere e la sorda costrizione a perseguire in uno stato di sofferenza. Non bisogna dimenticare, tra le altre cose, che la legislazione belga – una delle più avanzate in materia – consente il riscorso all’eutanasia solo nei casi di comprovata sofferenza fisica e psichica.

Sulla questione della minore o maggiore età, il discorso andrebbe piuttosto traslato dall’età biologica alla capacità di giudizio critico sulla propria condizione.

Una persona malata, anche se minorenne, potrebbe essere perfettamente in grado di formulare un giudizio critico in merito alla propria condizione. Ritornando all’esempio del fumo, è impossibile non notare come schiere di adulti, al contrario, siano pesantemente condizionati da bias cognitivi che non fanno percepire i reali rischi che la scelta di fumare comporta.

Sull’eutanasia una società “cosiddetta” civile, oggi, non può lasciare la parola al silenzio.

 

R.E.

 

 

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