Gli effetti collaterali di Google

Gli effetti collaterali di Google

L’idea è di quelle che potrebbero cambiare radicalmente tutto il comparto farmaceutico: sfruttare le ricerche effettuate dagli utenti su Google per generare il più grande sistema di segnalazione sugli effetti collaterali sconosciuti dei farmaci in commercio.

La Food and Drug Administration – l’Agenzia del farmaco americana – ha infatti intrapreso con il colosso di Mountain View un “dialogo” preliminare per avviare un progetto finalizzato ad individuare, attraverso la tecnologia ed i dati del motore di ricerca, possibili eventi avversi non emersi durante le fasi di sperimentazione.

Farmacovigilanza e data mining

L’idea della collaborazione nasce da uno studio pubblicato nel 2013 da Evgeniy Gabrilovich, scienziato informatico di Google.

In questo studio Gablrilovich, grazie ad avanzate tecniche di data mining – ovvero insieme di tecniche e metodi per l’estrazione di specifiche informazioni da grandi quantità di dati – applicate su centinaia di milioni di “domande” fatte dagli utenti su diversi motori di ricerca (Google, Yahoo, Bing), riuscì ad identificare un’interazione sconosciuta tra un comune antidepressivo (la Paroxetina) ed un farmaco anticolesterolo (il Pravastatin). I due farmaci, se assunti insieme, potevano provocare iperglicemia, ovvero un aumento dei livelli di zucchero nel sangue.

Il “fiuto” Google

Il risultato di questo studio non è passato inosservato: la FDA ha iniziato con Google un “dialogo preliminare” proprio per capire come mettere a punto una metodologia di ricerca che, sulla scia dello studio di Gabrilovich, sia in grado di “fiutare” la presenza di reazione avverse riguardanti alcuni farmaci, analizzando grandi quantità di dati.

Qualsiasi farmaco in commercio, infatti, viene sperimentato su migliaia di soggetti, per verificarne efficacia e sicurezza.

Tuttavia per quanto grande sia il campione di sperimentazione non è affatto pensabile che le sperimentazioni riescano ad esaurire tutte le combinazioni potenzialmente in grado di sviluppare reazioni avverse.

Il data mining potrebbe infatti abilitare l’Agenzia a rilevare in anticipo l’emergere di criticità relative ad un determinato medicinale e magari disporre ulteriori accertamenti.

La nuova frontiera

Grabilovich e gli altri autori dello studio hanno fatto notare che attraverso il data mining svolto sulle “query” – le domande fatte a Google –  dei motori di ricerca si ha la possibilità di verificare con anticipo la presenza di effetti avversi che, ad esempio, si possono verificare dopo anni di terapia e che per questo risultano del tutto “invisibili” nelle sperimentazioni cliniche.

In questo quadro di iniziative l’Agenzia americana ha anche stretto un accordo con la community PatientsLikeMe: un network di 350.000 utenti/pazienti che discutono e si scambiano informazioni sui propri percorsi clinici, le terapie, i medicinali, ecc. Attraverso l’accordo l’agenzia può analizzare e “scavare” all’interno delle migliaia di conversazioni della community e trarne informazioni utili per svolgere le proprie attività istituzionali.

Le nuove tecnologie insomma stanno ridisegnando il ruolo classico della farmacovigilanza, trasformando, almeno nel caso americano, il ruolo dell’agenzia da “osservatore passivo” a “soggetto proattivo”.

 

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