Io non tremo: l’esempio di Mohammad Alì nella lotta contro il Parkison

Io non tremo: l’esempio di Mohammad Alì nella lotta contro il Parkison

Mohammad Alì è morto venerdì scorso dopo oltre trent’anni di lotta con il Parkinson. Mohammed non è stato solo un’atleta olimpico straordinario e un boxer leggendario, ma soprattutto un simbolo indiscusso di tenacia, di convinzione e volontà.

Mohammad e il Parkinson

Era il 1984 quando alcuni medici notarono che nel cervello del grande pugile c’era qualcosa che non andava. Una piccola macchia scura nel referto della TAC (una diagnosi di avanguardia per l’epoca) indicava la presenza di un male che non lascia scampo: il parkinson.

D’improvviso, l’uomo più coraggioso del mondo inizia a tremare contro la sua volontà.

Sarà l’inizio di una lunga e dolorosa malattia che lo accompagnerà per oltre metà della sua vita, come un immeritato contrappasso per un uomo che ha fatto veramente la differenza nella storia, soprattutto fuori dal ring.

Io non tremo

Ma è proprio nel momento in cui  Alì si rese conto di essere spacciato e condannato ad una dolorosa escalation degradante che emerse qualcosa che nessun corpo, per quanto malato, potrà mai contenere: un animo invincibile. Alì ha mostrato che la malattia avrebbe anche potuto fiaccarlo nello spirito, ma nulla ha potuto contro la sua forza combattiva.

 

Nel 1996, un Alì tremante accenderà la fiaccola delle Olimpiadi di Atlanta. Un’immagine potentissima a cui nessuno, conoscendo l’epopea di quell’uomo che da “schiavo” veniva appellato Cassius Clay, può rimanere indifferente.

Mohammed Alì è stato l’esempio più alto per tutte le persone malate – non solo per i malati di Parkinson – di come nessuna malattia può mettere K.O. uno spirito che ha ancora voglia di combattere.

Il Parkinson, ovvero il vero avversario

Il vero avversario di Mohammad Alì, come detto, per oltre 30 anni è stato il Parkinson, una malattia che colpisce circa 4 milioni di persone in tutto il mondo, 230.000 solo in Italia.

Si tratta di una malattia neurodegenerativa, che distrugge selettivamente alcuni neuroni deputati alla produzione di dopamina, un importante neurotrasmettitore che consente la comunicazione tra il cervello ed i tessuti muscolari.

Non esistono cure ma solo terapie che ne rallentano gli effetti; per questo motivo una diagnosi precoce, oggi, può essere di grande aiuto. I farmaci che normalmente vengono impiegati nelle terapie appartengono alla classe degli anticolinergici (contro il tremore),  e dei  dopaminoagonisti (es. Mirapexin), le apormorfine, gli inibitori della monoamino ossidasi

I farmaci a base di Levodopa   (es. Sinemet) sono molto importanti per rallentare od arginare le conseguenze più gravi della malattia, ma non rappresentano una cura.

Alì fu particolarmente sfortunato, in quanto in genere la diagnosi della malattia arriva dopo i 60 anni nel 50% dei casi, mentre solo nel 10% dei casi viene diagnosticata prima dei 40.

Alì fu raggiunto dalla diagnosi fatale quando aveva solo 42 anni.

Ma non demorse, non si arrese e continuò a combattere.

Così come aveva sempre fatto

 

 

 

 

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