Primi sintomi dell’Alzheimer: non conta la Memoria, contano le Emozioni

Primi sintomi dell’Alzheimer: non conta la Memoria, contano le Emozioni

Quali sono i primi sintomi dell’Alzheimer? Questa è la domanda che alcune persone si pongono quando notano che un parente, un amico o, in qualche caso, loro stesse, cominciano a comportarsi in modo strano. Ci si dimentica di qualcosa, si fa fatica a dare un nome ad un volto. Una lenta e rapida successione di decadimento che porta alla perdita totale di ogni senso.

Memoria e Alzheimer

È per questa sua caratteristica erosione che l’Alzheimer è entrato nell’immaginario collettivo come la malattia “mangia memoria”. Ma la perdita di memoria in realtà non rappresenta la malattia in sé, ma ne è solo un sintomo, cioè una manifestazione.

L’Alzheimer si origina principalmente per la produzione alterata di un filamento proteico (beta-amiloide) che va ad accumularsi tra le cellule nervose. Questo provoca la formazione delle famigerate “placche”, che sembrerebbero agire  come dei “muri” impedendo la comunicazione tra cellule nervose, provocando così l malattia.

In realtà l’Alzheimer è una forma di demenza (la più diffusa) che influisce con maggior evidenza sulle zone del cervello connesse con le facoltà mnemoniche, ovvero con la capacità di ricordare. È forse questo il risvolto che, umanamente, rende più terribile della malattia: l’Alzheimer è un progressivo annullarsi della coscienza di sé.

E se tutto dipendesse invece dalle Emozioni?

La scoperta dell’equipe coordinata da Marcello D’Amelio e pubblicata su Nature Communication, sembra però suggerire qualcosa radicalmente  diverso: l’origine della malattia non è connessa con le facoltà legate alla memoria, bensì con i meccanismi neruro-chimici connessi alla regolazione del nostro umore.

La ricerca del dott. D’Amelio ha concetrato le sue attenzioni sulla cosiddetta are tegmentale ventrale, area del cervello dove viene prodotto un importante neurotrasmettitore, la dopamina. La ricerca ha dimostrato che quando le cellule incaricate di “far produrre” la dopamina muoiono, di conseguenza l’ippocampo – un’area fortemente implicata nella creazione dei ricordi – non riceve più adeguati segnali per svolgere il proprio lavoro: creare i ricordi.

La scoperta del dott. D’Amelio spiega anche perché molto spesso l’Alzheimer è accompagnato da fenomeni depressivi e da tendenziale mancanza di iniziativa. La depressione, in questo quadro, non è una conseguenza della malattia, ma un sistema di allarme. È abbastanza accreditata l’ipotesi che la depressione sia in gran parte generata da uno squilibrio chimico che provoca uno scarso rilascio di dopamina nei circuiti cerebrali. Quest’alterazione, che in qualche modo riguarda il nostro “approccio emozionale” alla vita, potrebbe essere dunque il meccanismo che, come un domino, potrebbe provocare o accelerare processi neurodegenerativi come l’Alzhaimer.

C’è da dire che l’alterazione della produzione della dopaminica non è solo determinata da fattori esogeni (ovvero esterni o comunque indipendenti dalla nostra volontà), ma molto spesso è fortemente influenzata dalla nostra visione del mondo, dal nostro modo di approcciare agli eventi della vita, dalla nostra personalità, ecc.

Senza voler azzardare nessuna ipotesi, dopo ci sentiamo di dire però che “difendere” il nostro buon umore, nel corso della vita, rimane comunque un’ottima misura di prevenzione.

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